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Un due tre…stella!

22 Dicembre 2017

Nomi, Cose, Città
BFENTERPRISE

Il tempo per giocare

Aka sull’importanza di trovare il tempo di giocare.
Quando ero alta poco più di un metro, ricordo molto chiaramente la profonda crisi in cui entravo quando il mio babbo, per rimproverarmi di aver detto qualche parola di troppo o fuori posto, mi diceva:

“Ricordati che un bel tacer non fu mai scritto”

Io queste parole le sentivo solo, non le vedevo mica scritte. E quindi ogni volta mi chiedevo: ma cosa vuol dire che il tacer non fuma iscritto?  Mi sembrava davvero parecchio difficile collegare lo stare zitti e il fumo a qualcosa di scritto – o inscritto? La mia fantasia mi portava dentro ad un tunnel di pensieri in loop continuo. Se ci penso, ancora oggi mi ci perdo.

 

 

Ma mi divertivo da matti, e per questo non gli ho mai chiesto, al mio babbo, di spiegarmi quello strano enigma. Il mistero della lingua mi entusiasmava molto più della sua risoluzione effettiva. 
Per farvi capire il
valore immenso che do alle parole che uso, in qualsiasi lingua io parli, non posso fare a meno di citare Unaparolaalgiorno.it:

Dalla qualità  delle parole che conosciamo dipende la qualità  dei pensieri che facciamo.

Il gioco è una cosa seria

Quanto ci credo, ma quanto.
E oggi, che le parole sono il mio lavoro, a volte mi dimentico di quanto sia necessario abbandonarsi a quel mistero della lingua di cui parlavo poco fa. Alle parole storpiate, sconnesse, riformulate…inventate.
Perché non giochiamo più spesso? Perché ci lasciamo soffocare da scadenze e consegne? Se mi fermo un attimo a pensare, mi rendo conto che a volte trascuro la parte più bella di questo lavoro: la ricerca di stimoli. Ma non c’è tempo, non c’è proprio tempo per giocare. Perché il gioco è una cosa inutile.

 

 

No ragazzi, il gioco è una cosa molto seria. Ci vogliono delle regole, una sintassi.
E non sono certo io la prima a dirlo, c’è fior fior di letteratura che parla di questo. Se avessi una seconda vita penso che mi ci dedicherei a tempo pieno.
Dicevamo che non c’è tempo per giocare. Eppure le idee le dobbiamo tirare fuori ogni giorno.
I copywriter negli annunci su Bakeca.it e compagnia bella vengono classificati sotto la categoria “creativi” (parola che odio). Sembra quasi che la creatività sia un qualcosa che piove dal cielo a persone davvero davvero strampalate. Oppure è un qualcosa di meccanico che hai per forza se fai questo lavoro, è ovvio no?
Non c’è verità più falsa di questa. E mi permetto di dire: diffidate sempre delle equazioni senza incognite, di concetti apparentemente pieni, ma infinitamente vuoti come quello di “creatività”.
Le idee vanno nutrite. Il gioco, fatto di libere associazioni che ignorano i precetti teorici, è uno degli strumenti migliori che abbiamo. In questo i bambini hanno molto da insegnarci. Pensiamo solo a quanti nomi inventano, a quanti errori splendidi fanno:

Wittgenstein – mi spiace, lo so che ve lo aspettavate! – parte da degli studi di logica e matematica per approdare al linguaggio, soffermandosi sui giochi linguistici. Giochi che hanno una dimensione pubblica e di condivisione (nessuno gioca da solo!), che implicano la consapevolezza dei mille mila usi che si possono fare del linguaggio, a seconda delle forme di vita che lo animano. Senza addentrarci nella filosofia di Wittgenstein, si capisce che con il gioco non stiamo parlando di evasione dal mondo, ma di esserci in prima persona e usarlo, il mondo?

 

 

Se chiudo gli occhi e immagino un ipotetico laboratorio di scrittura che mi piacerebbe tenere, penso che non farei distinzione tra adulti e bambini. A entrambi i gruppi chiederei di provare a cimentarsi con anagrammi, filastrocche, giochi enigmistici.
Ci avete mai pensato al fatto che quello che noi copy amiamo chiamare “naming”, non è altro che l’invenzione di una parola per un brand? Dare il nome alle cose, una delle sfide più difficili per chi fa il mio lavoro. Forse è così tosta perché abbiamo un po’ perso l’abitudine di giocare, perché ci fa perdere tempo.
Forse la skill di un creativo del nuovo millennio potrebbe essere proprio questa: saper capire quando, per un professionista, è ora di perdere tempo. E perderlo bene.
Oppure non perderlo proprio, ma semplicemente aprire gli occhi e stare attenti a tutto ciò che succede anche e soprattutto in orario extra lavorativo: chi ha mai detto che le belle idee vengono solo facendo ricerche su Google? Anzi, il più delle volte tutto parte dall’offline: la ricchezza delle esperienze personali si riflette sempre – non a volte, sempre! – sulla qualità del lavoro che facciamo.
Io oggi ho deciso di perdere un paio d’ore del mio tempo in queste 4.485 battute di testo, per spiegarvi perché nel prossimo articolo di questa rubrica troverete un’analisi di filastrocche e giochi di parole. Per l’occasione, chiamerò Bruno Munari a fare gli onori di casa.
Ci vediamo lì? Ci vediamo lì.

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