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Esiste davvero il modo giusto per scrivere bene?

26 Marzo 2018

Nomi, Cose, Città

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Nella scrittura esiste giusto e sbagliato?

Tutto ciò che riguarda la lingua e la scrittura ci interessa sempre e da sempre. Ci piace esplorarlo mettendo in discussione il nostro stesso lavoro di comunicatori e giocolieri di parole, chiedendoci perché lo facciamo e soprattutto se lo stiamo facendo nel modo giusto. E poi ancora…se c’è davvero un modo giusto per farlo, o le possibilità sono ben più di una.
La scelta di una parola piuttosto che di un’altra può cambiare il nostro modo di vedere il mondo. Può rivoluzionare il mondo. Può far esistere un colore o una sensazione che altrimenti non sapremmo come chiamare – e che quindi non esisterebbero affatto.
Abbiamo avuto il piacere di parlare di scrittura e scrittori con Andrea Scarabelli, autore milanese di diversi libri che a noi sono piaciuti molto. Primo su tutti La velocità di lotta (AgenziaX, 2013).

La copertina de La velocità di lotta

 

Chiediamolo ad Andrea Scarabelli

Ciao Andrea!
Di recente abbiamo letto un articolo molto interessante, in cui viene messo in discussione il concetto di buona scrittura intesa come scrittura difficile, espressione di una élite intellettualoide ed esclusiva.
Cosa vuol dire, secondo te, saper scrivere?
Nella letteratura italiana c’è spesso una sorta di manierismo dello scrittore, ovvero un certo tipo di prosa elaborata che viene considerata come il linguaggio italiano letterario. Questa caratteristica non è presente in tutte le letterature. In quelle anglosassoni, invece, viene attribuito alla letteratura alta tutto ciò che viene definito storytelling, e quindi lo scrivere in maniera accessibile ma senza per questo rinunciare allo stile, alle emozioni e ai contenuti, magari anche catturando il lettore attraverso una trama avvincente.
Il contrario di quello che succede in Italia e nei paesi mediterranei in generale, in cui spesso vengono pubblicati dei libri con un linguaggio artificiale e artificioso a cui però di frequente manca sostanza. A volte lo scrittore sembra cercare una parola che possa colpire una determinata nicchia di lettori, ma senza che questa sia giustificata nell’economia del romanzo. Una prosa davvero letteraria non deve per forza significare essere complicati, ma usare il linguaggio come strumento per far crescere il testo.
Non può esserci un unico modo per scrivere. Penso che serva una letteratura di alto livello, con una lingua comprensibile e cristallina, che però possa essere ricercata in senso buono. Personalmente, mentre scrivo cerco sempre di capire qual è la lingua giusta da usare, non è mai tutto deciso in principio. Mi piace l’idea di raggiungere un pubblico ampio, e cercare di aver qualcosa da dire qualcosa sia a chi legge poco sia a chi si legge dieci libri al mese. Questo ovviamente è molto difficile.
Ci sono e ci saranno sempre dei testi che non sono facili né piacevoli, ma richiedono del tempo per essere digeriti: questo li renderà sempre contrari alle logiche di mercato. Se però ci fosse una scrittura italiana più tesa al comunicare con le persone, si creerebbe un pubblico prima di tutto più sensibile alla lettura e magari anche i testi più difficili – compresi quelli “imperfetti” nella loro costruzione romanzesca, ma non per questo meno importanti – sarebbero letti.

Andrea Scarabelli
Fonte: http://www.labalenabianca.com

La buona scrittura può e deve essere praticata da tutti, o secondo te è bene che rimanga appannaggio di professionisti di settore? (scrittori, copywriter, giornalisti, editor)
Credo che la scrittura debba essere praticata da tutti. Non esiste un titolo di accesso, infatti gli scrittori non è che abbiano un tesserino che li autorizza a essere tali.
Prima in pochissimi scrivevano e solo a scopo funzionale: la lista della spesa o l’elenco delle cose utili. Io stesso ho fatto l’università all’inizio degli anni 2000 e l’unico corso di scrittura che abbia mai fatto era proprio di natura commerciale, che andrebbe abolita. Invece possiamo dire che mai come ora, invece, tutti scrivono continuamente. Questo però non significa che tutti scrivano con lo stesso intento espressivo, per rendere partecipe qualcun altro dei loro pensieri e invenzioni. La comunicazione sui social network è soprattutto autistica/masturbatoria.
La prima volta che ho scritto io un qualcosa che poi è stato revisionato e spedito per un premio, ero al liceo. Dovevo mettermi lì, scrivere, rivedere, stampare, imbustare, spedire. Era una cosa difficile, non è che potevi farla per caso. Dovevi proprio volerla.
Ora invece tutti noi esterniamo tutto quello che facciamo, vediamo, pensiamo, immaginiamo sui social media. Non so dire se è meglio o peggio, penso che i risultati si vedranno con il tempo, magari quando questa nuova accessibilità della scrittura verrà metabolizzata e magari diventerà il punto di partenza per sviluppare altre pratiche narrative. Io sono critico sui social perché azzerano il tempo di riflessione e distacco tipici della scrittura. In fin dei conti lo scrittore il più delle volte non scrive, ma pensa a cosa scrivere, si blocca, ci ripensa. E legge. Perché per scrivere bene bisogna leggere – e tanto.
Aggiungo una piccola nota: oggi è quasi normale che con i correttori automatici e la scrittura estemporanea tutto quello che scriviamo sia sbagliato. Le comunicazioni che faccio per iscritto (mail in primis) contengono quasi sempre degli errori, causa la velocità e con cui le scrivo, magari camminando… Spesso ciò è proprio dovuto allo strumento e alla nostra poca voglia di correggere. Prima invece un errore ortografico era qualcosa che cercavamo di evitare a tutti i costi…
Qual è secondo te il valore commerciale della scrittura? Ti facciamo questa domanda perché noi stessi ci troviamo spesso a riflettere sulla legittimità della scrittura come professione che porta un guadagno, e, viceversa, sulla legittimità della scrittura come fine a se stessa.
Se tu vuoi entrare nell’ambito del commercio il valore di quello che scrivi lo decide il mercato, in base a ciò che genera più soldi. E in questo è abbastanza spietato. L’unico modo per ovviare a questo problema è che alla scrittura non venga dato valore commerciale, ma culturale. Per cui ci dev’essere qualcuno (lo stato, ad esempio) che sostenga chi produce opere di alto valore culturale, come accade in molti stati europei (Germania e Francia in prima linea).
Se io per vivere come scrittore dovessi produrre un libro all’anno per forza di cose il mio diventerebbe un lavoro orribile. Mi comporterebbe un livello di stress incredibile. Significherebbe far scivolare verso il basso la qualità di ciò che produciamo, portandola all’autodistruzione.

Un libro all’anno? No grazie!

Esiste (e ha senso di esistere) una scrittura fine a se stessa e quindi totalmente estranea a logiche commerciali? O forse assume un valore in più quando si pone un obiettivo “di mercato”, anche molto semplice?
Esiste ma non dev’essere prevalente. La scrittura fine a se stessa (quella che si pone magari addirittura con ostilità nei confronti del lettore) dev’essere supportata da un altissimo valore letterario, sennò perde di valore. La scrittura che invece non è fine a se stessa deve per forza mettersi in relazione con il lettore, consapevole del fatto che non lo soddisferà mai pienamente, perché non ha identità precisa. È una presenza fantasma.
Ci piace pensare che il vero compito di chi lavora con le parole sia quello di comprendere concetti complessi e tradurli in parole semplici, per renderli accessibili a tutti. Concordi con noi o la tua posizione è differente?
Concordo, ma come dicevo prima penso che ci siano dei casi in cui la soluzione non stia nel semplificare, ma nel complicare ulteriormente. Spesso il problema non va risolto, va posto o esasperato. Chi scrive racconta qualcosa e quel qualcosa deve raggiungere la persona nel modo più diretto, ma non sempre questo è possibile. In un momento storico in cui il tempo viene azzerato e anche la lettura diventa fin troppo veloce, secondo me conviene mantenere un 10% di contenuti che non semplificano affatto. All’estremo opposto poi c’è chi pensa (sbagliando clamorosamente) che bisogna essere per forza oscuri e incomprensibili per fare qualcosa di buono.
Domanda a bruciapelo: perché tu, che sei uno scrittore, ti dedichi alla scrittura? Come sei inciampato in questo mondo?
Scrivo perché mi piace, quindi senza uno scopo preciso. La scrittura è qualcosa che crea un qualcos’altro che può essere percepito e interpretato in mille modi diversi.
È difficile dire che si scrive per un fine preciso, perciò ti dico che io scrivo un po’ perché ne sento il bisogno e un po’ perché mi fa star bene. Nel farlo però non posso prescindere dal  confronto con il mio tempo e con i temi dell’epoca storica in cui vivo.
Potrei scrivere anche una storia che parla di un cactus e di un cratere su Marte su cui si riflettono delle tematiche politiche, sociali, esistenziali. Quello che non posso fare è scrivere con degli obiettivi già del tutto predefiniti, proprio perché non sei tu – scrittore – a decidere la direzione che prenderà un testo una volta che lo rendi pubblico.   
Cosa ci consigli di leggere di contemporaneo?
Qualche romanzo letto ultimamente, e anche un paio di saggi:

  • Hanya Yanagihara – Una vita come tante
  • Jeff VanderMeer – Borne
  • Naomi Aldermann – Ragazze Elettriche
  • Peppe Fiore – Dimenticare
  • Byung-Chul Han – Psicopolitica
  • Moshin Hamid – Exit West
  • Thomas Hylland Eriksen – Fuori controllo – antropologia del cambiamento accelerato

Un doveroso grazie ad Andrea per averci dato diversi spunti su cui ci avremo modo di riflettere noi per primi. Ci piacerebbe molto continuare questa discussione con voi, ma non qui nei commenti come fanno tutti. Che ne dite di mandarci una mail per un confronto a tu per tu?

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